Teatro

Pippo Franco: “Questa Italia brancaleonesca ha smesso di sognare”

Il re del Bagaglino apre al Teatro San Babila di Milano il suo album dei ricordi e svela il giorno in cui Monicelli gli disse: “Io non sarei mai stato capace di fare quello che hai fatto te”.

Pippo Franco nasce a Roma nel 1940. È attore, regista, sceneggiatore, scrittore, cabarettista, chitarrista, cantautore e conduttore televisivo attraverso oltre mezzo secolo di carriera e un Paese che ha visto cambiare. In peggio. Un artista che riporta alla mente alcune indimenticabili hit come “Mi scappa la pipì papà” del 1979, un viso che rievoca l’esplosione della commedia sexy all’italiana, un nome che ricorda i successi tv del Bagaglino.

Lo raggiungiamo durante la tappa milanese della tournée di Brancaleone e la sua Armata, rappresentazione scritta e diretta dallo stesso Pippo Franco: al Teatro San Babila il suo camerino è essenziale e lui ci accoglie con grande disponibilità. Gli occhi sono determinati, le sue risposte rivelano grande sincerità e pochi compromessi, la voce è decisa e calda. Ma tra le righe leggiamo anche un pizzico di amarezza e disillusione verso la società di oggi.

Cominciamo da questo suo nuovo spettacolo: Brancaleone e la sua Armata. Perché proprio lui? L’ho scelto per il personaggio: è una specie di sognatore che vive delle avventure costituite e vissute, però, da personaggi improbabili e improvvisati. Oggi Brancaleone significa non essere precisi o preparati, ma in verità non è così perché Brancaleone è una sorta di poeta, oltre che sognatore, uno che non pensa tanto agli affari quanto a dare spazio alla propria anima e a quello che sente. Non solo: Brancaleone è la storia di un viaggio e tutti e due i film di Monicelli a questo si riferivano. Il viaggio, oggi più che mai, non è un luogo dove vai, ma è ciò che diventi. Oggi più che mai rappresenta il modo brancaleonesco con cui si conduce la vita dell’uomo e non solo a livello nazionale, ammesso che l’Italia esista ancora, ma a livello mondiale. Anche per questo la figura di Brancaleone, così ironica, spensierata, sopra le righe e senza regole, mi ha attratto.

L’Italia di oggi è ancora quella della commedia all’italiana: pezzente e infingarda, ma capace di gesti eroici e grande umanità?
Il mondo è completamente cambiato e mi riferisco anche a chi ha in mano le leve del governo. È tutto quanto brancaleonesco: apriamo un quotidiano e ci rendiamo conto che una maestra ha corretto un ragazzo che ha scritto zebra con una B.
Ma quello che manca al giorno di oggi, più di tutto, è proprio l’esistenza dell’anima come la intendeva Brancaleone che seguiva sé stesso e le sue pulsioni da folle, esattamente come Don Chisciotte. Oggi il mondo ha smesso di sognare e va in una direzione completamente diversa, fatta di mercati e di numeri e di altre realtà e i suoi desideri non sono più quelli di Brancaleone.

Dopo mezzo secolo Brancaleone ritorna e questa volta in teatro. E’ il terzo capitolo della saga?
È un’avventura nuova per Brancaleone nella quale l’uomo di oggi è estremamente presente: raccontiamo l’uomo che ha perso sé stesso e la propria anima ed è vittima di una vita esteriore che è quella tipica del mondo di oggi, un mondo che ha smesso di sognare. Si svolge sempre nella stessa epoca della prima crociata, non ha nulla di cabarettistico, ma ci sono delle canzoni proprio come nei film di Monicelli nei quali ogni tanto si cantava più che altro raccontando la vicenda.
Aggiungo un episodio personale che riguarda direttamente me e Monicelli. Nel 2008 abbiamo messo in scena una riedizione teatrale del Marchese del Grillo, che ho riscritto interamente come fosse un secondo capitolo, riadattandola drammaturgicamente perché il teatro vive di convenzioni e linguaggi diversi da quelli del cinema. Monicelli dopo aver assistito a una delle mie realizzazioni teatrali mi telefonò e mi disse qualcosa per me di indimenticabile. Monicelli, il grande Monicelli, disse al piccolo Pippo Franco: “Io non sarei mai stato capace di fare quello che hai fatto te”. Si riferiva al lavoro di ricostruzione che avevo effettuato in teatro, restando fedele agli elementi sostanziali del film nonostante avessi raccolto la storia nella famiglia del Marchese come luogo di lotta tra i parenti e il Marchese stesso, che dal punto di vista teatrale non solo ha funzionato molto ma ha appassionato anche Monicelli. E presumo che allo stesso modo anche questo Brancaleone che abbiamo messo in scena noi avrebbe potuto ottenere analoga approvazione.

Un passo indietro: i suoi inizi
Ho cominciato con il teatro prima di fare televisione. Non soltanto cabaret, ma anche commedie e una delle prime, ad esempio, fu con Enrico Maria Salerno e le sorelle Kessler. Il teatro ha sempre fatto parte della mia vita come nella vita di tutti coloro i quali nascono con il teatro. Oggi, al contrario, si nasce direttamente con la televisione. Il teatro è una di quelle realtà che non ti abbandonano mai e quindi le pratichi sempre. L’espressione teatrale oggi è diventata quella più autentica.

Tornerebbe a fare TV o cinema?
La televisione non amo più farla perché non vi è più nulla di interessante che possa in qualche modo darti la possibilità di esprimerti. In televisione è diventato tutto assolutamente futile e spesso inutile, non sono interessato. È fatta sostanzialmente di cucina, di talent e di quiz e noi non c’entriamo più nulla. Abbiamo inaugurato noi, portandolo in televisione, quello che allora si chiamava cabaret: è durato tanti anni e adesso tutto questo non c’è più anche perché è degradato il pubblico.
In televisione si vedono cose estremamente noiose o comunque cose che non hanno nulla a che vedere con la vita interiore dell’uomo, che invece è ciò che io cerco di capire, di raccontare ed esprimere: perché gli artisti, gli attori un po’ meno, ma gli artisti si devono chiedere sempre “chi sono e cosa ho da dire?”. Anche il cinema è cambiato: non esiste più il vero cinema, quel grande cinema italiano che nasce nel dopoguerra che poi finisce con Tornatore, oserei dire, ma in verità finisce addirittura prima. E quindi, ecco, non esistono più le condizioni.

Dopo decenni di grande cinema nostrano, qual è lo stato attuale del cinema italiano?
Oggi di “italiano” si può parlare relativamente. C’è giusto qualcuno. E questo non toglie nulla agli artisti, che sono tutti quanti bravi e che quando hanno successo lo meritano, però vedete anche come finiscono rapidamente. Oggi, intanto, il pubblico che va al cinema non è cambiato e i numeri del passato, oggi sono abbastanza inimmaginabili.
Adesso c’è la pay-per-view, ci sono le serie sul web e ci sono tante altre realtà, per cui il cinema in quanto tale è esiguo in termini di frequenza. Cinema italiano non so bene cosa significhi oggi poiché, a parte qualche Oscar che qualche bravo regista riesce a prendere, non c’è più nulla. Di quel cinema italiano che nasce con “Ladri di biciclette”, “Roma città aperta” e con Fellini, Antonioni, seguito poi da quel grande periodo ancora più italiano di Sordi-Manfredi-Tognazzi-Gassman, oggi non resta nulla: non ci sono più quei temi, quella crescita, non c’è più quella sensibilità. Definire italiano un prodotto è diventato soltanto quasi una definizione paesaggistica, ma questo fa parte comunque di una sorta di mondializzazione per cui va bene un cinema, anche indiano, ad esempio, se è bello.

Com’erano i tempi della commedia sexy all’italiana?
È stato un periodo in cui noi abbiamo creato un genere, al di là dei titoli che sono un pochino oltre i limiti. Ma quei titoli sono stati dati dal produttore, non potevamo fare nulla, e tutti quei film avevano un altro titolo quando li abbiamo girati. Però abbiamo raccontato l’uomo comune, il poveraccio che sognava la bella donna che sembrava irraggiungibile e faceva di tutto per poter in qualche modo essere amato. Abbiamo cercato di raccontare la ricerca di un amore impossibile, insomma. Perché in fondo noi andavamo cercando non tanto di raccontare il sesso, quanto di raccontare l’amore con le belle donne. Soprattutto però era la commedia l’elemento sostanziale, la paradossalità dell’esistenza e gli aspetti ironici dell’esistenza. A rivederli quei film tutt’ora, io quando li vedo mi diverto come se fossero nuovi. Nella società attuale, invece, tutto quanto è stato sostituito, viceversa, dai corpi, dai sessi, dai gossip e dai tradimenti. Non so nemmeno definirla la realtà di adesso, ma soprattutto tutto è esploso nella mancanza totale di amore.

Ultima battuta: Amadeus nei panni di Pippo Franco a Tale e Quale Show. Cosa ha pensato?
L’imitazione? Certo, mi ha fatto molto piacere. È stato molto simpatico e sono contento di essere arrivato terzo come ispirazione di un’imitazione. È stato bello anche sentire quelle canzoni. E certo, se non sappiamo prendere in giro noi stessi vuol dire che non abbiamo capito nulla della vita.

 

Autore:

Donato Panico

REDATTORE

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