Cinema

Se ne va anche il Melandri: addio a Gastone Moschin

Purtroppo non è una supercazzola. E pensare che meno di un mese fa avevamo provato a contattarlo per un’intervista: l’avremmo raggiunto in Umbria, dove viveva. E invece, fedele allo spirito di “Amici Miei”, il Melandri ci ha fatto l’ultimo scherzo.

Gli altri lo stanno aspettando da tempo: pronti alla rimpatriata a suon di zingarate. A ottantotto anni ci ha lasciato anche l’ultimo dei cinque di Amici Miei, lo straordinario Gastone Moschin.

Due Nastri d’Argento e un ruolo su tutti a renderlo immortale: quello del Melandri, il barbuto architetto fiorentino di una saga che ha segnato la storia della cinematografia italiana.
Un volto pulito, da fotografie d’altri tempi, una voce inconfondibile: Moschin era della generazione che ha visto la guerra, rigore e tanto rispetto. Tanto che, in più di un’occasione, disse che c’era una cosa sola che lo infastidiva davvero: la mancanza di educazione. 

Avremmo voluto chiedergli tante cose, nell’intervista che stavamo preparando. Qualche aneddoto, i suoi esordi, le battute non dette, magari qualcosa di cui si era pentito in carriera. E, perché no, qualche zingarata rimasta sospesa. E il perché si era interessato all’ippoterapia.
La sua scomparsa ci lascia, a prescindere dall’intervista, un senso di vuoto: è un altro grande pezzo di storia che se ne va, è un altro cerchio che si chiude.

 

 

Moschin e il teatro

Negli anni ’50 l’attore lo facevi solo lì, sul palcoscenico: l’esordio ufficiale è allo Stabile di Genova, per poi “migrare” al Piccolo di Milano e, dopo ancora, allo Stabile di Torino. Finché, nel 1983, Moschin fonda una sua compagnia teatrale, continuando a interessarsi al palcoscenico anche negli ultimi anni di vita.  Insegnava, infatti, alla scuola di recitazione "MUMOS" di Terni, dove viveva. La sua messa in scena della Piccola Città di Thornton Wilder era stata anche inserita dal Teatro Stabile dell'Umbria nella stagione di prosa 2006-2007.

Il suo vero, grande merito

Moschin è riuscito in una sfida non semplice: quella di aver interpretato di tutto con grande naturalezza e nonchalance. Dal teatro più impegnato (portando Cechov e nei vari teatri stabili a cavallo tra gli anni ’50 e ’70), alla commedia all’italiana, passando per il noir, il grottesco, gli spaghetti western e le serie TV, Moschin riusciva a emergere (e bene) anche quando era un comprimario. Due esempi? Il ruolo del ricattatore Don Fabrizio Fanucci ne Il Padrino di Francis Ford Coppola o de Il Marsigliese in Squadra Volante, film poliziesco girato a Pavia.

 

 

E poi fu la storia: il Melandri

Ma il ruolo per eccellenza, quello che balza subito alla mente, è ovviamente quello del barbuto Rambaldo Melandri, uno dei cinque personaggi della saga Amici Miei. Un romanticone un po’ ingenuo che vuole portar via la moglie al professor Sassaroli (episodio peraltro tratto da una storia vera, con la differenza che nel film poi il Melandri ci ripensa), uno che decide di battezzarsi a 48 anni suonati. E’ il 1975 e il film batte ogni record di incasso: Gastone Moschin, Ugo TognazziPhilippe NoiretAdolfo Celi e Duilio Del Prete (poi sostituito da Renzo Montagnani), infiammano la cultura popolare e segnano per sempre la storia della cinematografia italiana tra scherzi, zingarate, supercazzole e battute storiche.

Come questa di questo video, davvero indimenticabile. E’ la scena degli schiaffi ai passeggeri del treno (schiaffi veri, tanto che le comparse si arrabbiarono): gli amici, fieri dello scherzo, scappano ridendo.  Finché il Melandri, l’ultimo a essere inquadrato - e romantico fino al midollo - lancia il suo epocale messaggio.
 

 

Un vero inno all'amicizia.

 

 

Autore:

Fabienne Agliardi

DIRETTORE EDITORIALE

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