Lui non vuole, lei non vuole, lo vogliono entrambi: “La vedova allegra”

Recensione:

A trent'anni giusti dalla precedente apparizione – protagonista allora Raina Kabaivanska – torna alla Fenice il capolavoro di Franz Lehár La vedova allegra. Ma torna in lingua originale – quindi come Die lustige witwe – ed in un nuovo allestimento coprodotto con l'Opera di Roma, imperniato su due enfants terribles del panorama musicale nostrano: Stefano Montanari per la direzione e Damiano Michieletto per la regia.

Le solite vedovelle vanno in soffitta

Scene e costumi, di Paolo Fantin e Carla Teti, abituali collaboratori del regista veneziano; è un trio affiatatissimo, che qui ci porta alla fine degli anni Sessanta del secolo passato. Tempo dunque di twist e rock'n'roll: le snelle coreografie di Chiara Vecchi ne tengono conto, glissando sulle musiche di Lehár con imprevedibile naturalezza. Su tutto aleggia la figura muta di Njegus, deus ex machina che, ventaglio in mano, va spargendo una polverina magica e tira le fila dei garbugli amorosi. Però niente ambasciata: la prima parte ci vede agli sportelli della Pontevedro Bank a Parigi, di cui Danilo è svogliato funzionario ed il Barone Zeta l'affannato direttore.

Non a torto, perché le casse sono pressoché vuote e senza i milioni della vedova Glawari l'istituto potrebbe fallire. Visto che il vero motore della vicenda sono appunto i soldi l'idea pare azzeccata, ancorché non proprio nuova dato che ci aveva già pensato Tiezzi in quel di Trieste. E niente festa in casa di Hanna, perché siamo portati in un dancing di periferia, con tanto di vera orchestrina sul palco ad interagire con la buca; mentre il terzo atto si svolge non “Chez Maxim's”, bensì nell'ufficio di Danilo che s'addormenta stremato alla scrivania, a sognare una sfilata di piccanti grisettes capitanate da Valencienne. Possiamo dirlo: passato lo sconcerto iniziale le invenzioni di Michieletto & soci vanno a segno, funzionando come un orologio svizzero; e spazzano via d'un colpo decenni di Vedovelle a volte un po' ammuffite.

Prima la musica, poi le parole

Aliena la recitazione da trovatine da avanspettacolo, la musica è benedetta da un fluire incessante e piacevolissimo: in questa Lustige witwe veneziana tocca a lei a farla da padrona. E che musica! L'orchestra della Fenice si mostra in stato di grazia –quanta vitalità, quanta leggerezza nelle sue fila– in quanto posta nelle mani d'un concertatore non solo sciolto ed elegante, ma pure appassionato e partecipe; e perfettamente consapevole dei meccanismi propri dell'operetta, neanche fosse nato e cresciuto a Vienna o Budapest. E la melanconica orchestrina della sala da ballo – con la sua fisarmonica, coi suoi mandolini - aggiunge un vezzoso tocco naïf all'insieme.

Tra gli interpreti, brillano la seducente e spigliata – ancorché un po' piccina vocalmente, la Romanza della Vilja ha poca magia - Hanna di Nadja Mchantaf, ed il calibrato Danilo di Christoph Pohl, ben timbrato e fraseggiato. Ma non sfigurano neppure la maliziosa Valencienne di Adriana Ferfecka (qui capita il contrario: voce cospicua, minor brio in scena) ed il garbato Rossillon del tenore coreano Kostantin Lee. Buon gioco di ruoli tra Zdislava Bočkovà (Olga), Martina Bortolotti (Sylviane); Simon Schnorr (Cascada), Marcello Nardis (St.Brioche), Roberto Maietta (Bogdanowitsch), William Corrò (Kromow). Franz Hawlata è Zeta: recita bene, canta ahimé maluccio.
Coro impeccabile, come sempre. Grandi applausi per tutti da un parterre internazionale.

 

Visto il 02/02/2018

Autore:

Gilberto Mion

REDATTORE

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