I masnadieri a Roma dopo quasi mezzo secolo

Recensione:

Il Teatro dell’Opera di Roma prosegue nella politica delle proposte rare: è la volta de I masnadieri , un’opera di Verdi poco amata forse a causa del verboso e confuso libretto di Andrea Maffei da Die Rauber di Friederich Schiller.

Sturm und Drang

La storia narrata è un intreccio di sentimenti cupi, di tradimenti, violenza e morte, in un’atmosfera Sturm und Drang di moda a metà Ottocento. Il protagonista Carlo, tradito dal fratello Francesco abbandona la casa paterna e Amalia la donna amata, per mettersi a capo di una banda di briganti che, lontano da ogni umanità, si dedicano ad ogni genere di violenze.
  Quando scopre che il padre Massimiliano, creduto morto, è tenuto prigioniero da Francesco che insidia anche Amalia, Carlo cerca il fratello per vendicarsi ed ucciderlo. L’incontro con Amalia e con il padre avviene con la vergogna di avere giurato fedeltà ai masnadieri e, dopo aver confessato i suoi crimini, in un tragico cupio dissolvi, uccide la donna e si consegna alla giustizia.

Ambienti gotici in scena

La regìa di Massimo Popolizio ambienta l’opera in un indefinito medio evo, forse per dare un carattere gotico al violento susseguirsi degli eventi, in una scenografia scarna dominata da un colore ferrigno e cupo. I vari quadri si presentano statici, con i cantanti sempre rivolti verso il pubblico, come se i personaggi non interagissero tra loro. Inoltre è sempre presente un diaframma in alto sul boccascena su cui vengono proiettate immagini che francamente poco aggiungono a cio’ che avviene sul palcoscenico, anzi disturbano la visione prospettica della profondità dell’ambiente. 

La resa musicale è di grande rilievo, l’orchestra di casa diretta da Roberto Abbado è in stato di grazia e sostiene i cantanti senza prevaricazioni, con due cammei da citare, il violoncello dell’elegante preludio ed il corno delle parti più eroiche. 
Tra i cantanti spicca la bellissima voce della giovane Roberta Mantegna, un grande temperamento, orgoglioso prodotto del programma “Fabbrica”, il tormentato e sofferente Massimiliano di Riccardo Zanellato ed il Francesco di Giuseppe Altomare, apprezzato sostituto all’ultimo momento.

Stefano Secco ha interpretato Carlo con precisione e trasporto, ma la sua voce forse poco rappresenta la virilità drammatica del personaggio. Il Coro diretto da Renato Gabbiani  ha regalato un’altra splendida perla alla collana di grandi prestazioni a cui ci ha ormai abituato.

 

Visto il 04/02/2018

Autore:

Umberto Asti

REDATTORE

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