La Cecchina e il trionfo della bontà

Recensione:

Si vuole che l'opera buffa italiana nasca nel febbraio 1760 con La Cecchina, ossia la buona figliola, limpidi versi di Carlo Goldoni e felici melodie di Nicolò Piccinni. Derivato da Pamela di Samuel Richardson, il soggetto di questo lavoro baciato da un'immediata e perdurante popolarità mischia sapientemente comico e patetico, ed anticipa quel genere della“pièce à sauvetage” di grande fortuna a cavallo tra '700 ed '800.
Dalla Lodoïska di Cherubini alla Gazza ladra di Rossini, al centro vi troveremo sempre una lacrimevole fanciulla coinvolta in una situazione perigliosa; vuoi perché nelle mani d'un malvagio, vuoi perché ritenuta colpevole per una maldicenza o per un caso accidentale. Tutto apparentemente irrisolvibile, tutto rimediato all'ultimo sino all'auspicato happy end.

Un pizzico di tenerezza, un pizzico di comicità

In effetti, ne La Cecchina v'è conveniente equilibrio tra le parti serie o di mezzo carattere, e quelle comiche. Fra queste spiccano la pettegola Sandrina e Tagliaferro, corazziere che si esprime in un buffo “tetesco”: è alla ricerca di Marïandel, la figlia perduta in guerra dal suo comandante vent'anni prima. La scopre in Cecchina, salvata dal padre del Marchese della Conchiglia ed ora giardiniera di casa.
Della bella, dolce e riservata fanciulla il Marchese s'è innamorato, ma il basso rango e l'ignota ascendenza sono d'impedimento al loro amore. In più ci si mettono di mezzo la protervia della sorella e del futuro cognato, nonché l'invidia dell'altra servitù. Scoprire il suo nobile casato risolve ogni cosa e permetterà le sospirate nozze. Un intreccio servito da un geniale libretto, e condito dalla sapiente e fantasiosa architettura musicale del grande compositore barese.

Felice ripresa di un riuscito allestimento

A Treviso, La Cecchina è andata in scena nel gradevole allestimento di Massimo Cecchetto (scene) e Carlos Tieppo (costumi) pensato nel 2007 per il Malibran di Venezia e portato poi nel 2011 a Bergamo. Stavolta però la regia è di Martin Ruis, che nel riproporre l'originale, gradevole impianto di base di Massimo Bellotto – ambientazione in una metropoli USA Anni Venti intrisa di richiami cinematografici, dalle comiche di Hal Roach al visetto di Mary Pickford “fidanzatina d'America”– un po' lo rinfresca aggiungendovi di suo nuove ed azzeccate invenzioni. Come la sua presenza in scena nei panni d'un comico barbone, o le stralunate irruzioni dei tre fratelli Marx.

Coprodotto con OperaStudio del Conservatorio B.Marcello di Venezia, questo aureo gioiellino rococò è stato concertato e diretto con saggia maestria, aderenza di stile e tocco leggero da Eddi De Nadai, che ha ottenuto dal piccolo Ensamble di quell'istituto, e da una compagnia di giovani ai primi passi, una bastante correttezza.
Accanto alla protagonista, affidata alla commovente ed amorevole Elisa Verzier, un Marchese solido ed elegante nell'espressione, quello di Diego Rossetto; e poi una Sandrina assai pungente – quella della brava Arianna Cimolin – ed un Mengotto tenerone, quello di Michele Soldo. Irreprensibili nelle loro impegnative arie “serie” Luisa Kurtz (Lucinda) e Sara Fanin (Armidoro); godibilissimo il Tagliaferro di Lu Yaxiang, ben risolta la Paoluccia di Jingchao We.

 

Visto il 08/12/2017

Autore:

Gilberto Mion

REDATTORE

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