Amore e morte: Violetta si spegne tra mille camelie bianche

Recensione:

Edizioni de La traviata in giro se ne vedono tante. Ed infatti, pare che sia l'opera più eseguita nel mondo. Non è facile però incontrare una direzione così elegante, giudiziosa e convinta al pari di questa che Francesco Ommassini ha consegnato al Teatro Comunale di Treviso, stando alla testa della Filarmonia Veneta.
Compagine non di rango forse, ma comunque precisa ed affiatata. Direzione sapientemente rifinita, dall'intento un po' filologico – ecco tutti i da capo – e caratterizzata dalla dovuta attenzione al lavoro dei cantati, giudiziosamente condotti per mano. Concertazione esemplare, quella del giovane maestro veneziano, con tempi giusti e misurati, sonorità traslucide ed evanescenti, dinamiche assennate. Tarate, quest'ultime, anche su certi impalpabili pianissimo prontamente assecondati dal palcoscenico.

Regia dal sapore d'amaro e di sangue

Amore e morte era un titolo considerato da Verdi, e non sarebbe fuor di luogo. Alessio Pizzech celebra in questa sua concitata ed intensa regia una sorta di lunga, funerea esequie ottocentesca – gli accurati costumi di Davide Amadei ci riportano esattamente alla metà del secolo XIX° – dove sin dall'inizio Violetta mostra d'estraniarsi dalle “pompose feste” di un entourage la cui spensieratezza le è ormai negata. E' consapevole d'essere prossima alla fine, un'onnipresente Annina le porge premurosa una pezzuola per gli sbocchi di sangue: sorta di profana sindone impietosamente esibita al pubblico durante la festa da Flora.

La sua macerata angoscia è senza posa, non si dissolve nel turbine di «Follie! Follie!», s'avverte persino nel piccolo nido d'amore in campagna. Ed ovunque aleggia un'opprimente percezione di morte e di lutto – pure la gazzarra di zingarelle e matadores assume macabre intonazioni - rafforzata visivamente dai lugubri arredi, dai tessuti corvini, dalle cupe pareti. Cioè da tutta la tenebrosa scenografia - firmata anch'essa da Amadei - il cui tetro fondale alla fine si schiude, aprendo una lama di luce e svelando una miriade di candide camelie. Fiori di rara bellezza, certo, ordinati però in tante meste corone funebri.

Un cast ben costruito

La grande attenzione rivolta ad una gestualità, ad un gioco di sguardi permeati di simbolismi e significati, impregna di pari passo le prestazioni degli interpreti. Gilda Fiume mette a frutto una tecnica solida e consapevole (scuola Devia) ed il materiale naturale (esaltanti il morbido e serico timbro, il delicato fraseggiare, la varietà di tinte) per consegnarci una Violetta a tutto tondo. Cioè vocalmente pressochè ineccepibile, a dispetto di talune scomode pose imposte in scena, e scenicamente credibile e persuasiva. Un Alfredo infantile ed un po' nevrotico, è quello che vuole la regia di Pizzech: lo rende bene Leonardo Cortellazzi, voce ricca, solare e limpida.

Si viaggia però con lui su due binari: fraseggia con morbida eleganza nei momenti di romantico languore, dove convince in pieno; ma nella concitazione passionale nasaleggia un po', apre talvolta troppo i suoni, palesa qualche incertezza d'intonazione negli acuti, peraltro non sempre del tutto riusciti. Francesco Landolfi consegna un Germont padre imponente e squadrato, piacevolmente timbrato nei centri, attento a svolgere le piccole sfumature che Omassini non manca di chiedergli. Buon servizio delle parti di contorno: Arianna Cimolin, impegnatissima in un'Annina sempre in scena, che mima silente il canto della padrona; Valentina Corò (Flora); Diego Rossetto (Gastone); Michele Soldo (Douphol); Fabrizio Zoldan (d'Obigny); Zhengij Han (Grenvil). Il Coro B. Marcello, appena passabile nella sezione femminile, è indecoroso in quella maschile. Di qui, un punto in meno.

 

Visto il 30/01/2018

Autore:

Gilberto Mion

REDATTORE

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