La favola (cinica) di Eliza diverte e commuove

Recensione:

Il celebre musical My Fair Lady viene proposto dal teatro San Carlo di Napoli in un nuovo allestimento in coproduzione con il Massimo di Palermo.

Insegnare e/è manipolare

Il professor Henry Higgins è un serio, anzi serioso, esperto di linguistica. Un uomo abituato a vivere tra vocabolari (la sua biblioteca è davvero bellissima) e fonografi che immortalano pronunce bizzarre e colorite. Un tipo apparentemente innocuo, dunque; un erudito, magari un po’ saccente, immerso in ricerche puntigliose. Eppure Higgins, senza rendersene conto, detiene ed esercita un potere dagli effetti imprevedibili e potenzialmente rovinosi: è in grado di cambiare la natura e la vita delle persone, del tutto noncurante della voragine che apre nel loro destino.
Lo sperimenta a proprie spese la povera Eliza Doolittle, catapultata da un’esistenza sudicia e oscura alla ribalta del bel mondo. Ma lo sa bene anche quell’impresentabile ubriacone di suo padre, reso ricco – e insieme schiavo delle convenzioni borghesi – da una beffarda segnalazione dell’emerito studioso.

La favola dolceamara, raccontata in teatro da George Bernard Shaw nel suo Pygmalion (1914) e successivamente adattata per il cinema (1938), approda alla versione musicale nel 1956. Il percorso è tortuoso, ma il successo immediato e durevole fa di My Fair Lady di Lerner e Loewe uno dei titoli più famosi di Broadway. L’atmosfera fiabesca di questo lavoro noto e amatissimo, che funziona come un orologio svizzero, non dovrebbe occultare i nodi problematici che attraversano la vicenda rappresentata.
Se è vero che la cultura eleva e nobilita, ciò vuol dire che l’ignoranza è mancanza totale di consapevolezza e autodeterminazione? La nuova Galatea sembra trovare identità e sentimenti solo nelle mani dell’artefice che la plasma: ma allora, prima della palingenesi, ella era forse greve materia ignara di sé e priva di dignità? Di questa opinione sembra essere Higgins, che tratta Eliza come un entomologo farebbe con una farfalla (e anzi viene da pensare che uno scienziato esprimerebbe maggiore empatia rispetto a un esemplare catturato…).

Tradizione e raffinatezza

L’allestimento non scava in questi risvolti e punta piuttosto sulla suggestiva eleganza delle ambientazioni, sulla scorrevolezza dello spettacolo, sulla consumata perizia degli interpreti. Le scene (firmate da Gary Mc Cann) mutano continuamente con perfetta sincronia, gli abiti (disegnati da Giusi Giustino) sono raffinati e fantasiosi. La regia di Paul Curran, in linea con la migliore tradizione del genere, propone invenzioni gustosissime e ironiche e dischiude parentesi di pura poesia, come la scena notturna nella quale il riposo di Eliza è cullato dai bagliori di un’enorme, dolcissima luna.

Gli interpreti si muovono con disinvoltura tra recitazione, canto e ballo. Nancy Sullivan accompagna con bravura la metamorfosi della protagonista dal bozzolo grossolano della fioraia al volo lieve della principessa. Robert Hands è perfetto nel ruolo di Higgins, così come John Conroy si cala con grande proprietà nei panni del colonnello Pickering. Bravissimo anche Martyn Ellis, che dona accenti scanzonati e ricchezza di sfumature al personaggio di Doolittle padre. Meritano una sottolineatura, infine, l’ostentata ricercatezza tratteggiata da Julie Legrand per Mrs. Higgins e le qualità vocali con le quali Dominic Tighe conferisce calore e passione a Freddy Eynsford-Hill.

Donato Renzetti dirige con slancio e sensibilità, cavando colori smaglianti e timbri squillanti dall’orchestra sancarliana. Il pubblico entra presto in sintonia con il passo vivace del musical, si diverte, si commuove e applaude con entusiasmo.

 

Visto il 08/02/2018

Autore:

Lucio Tufano

REDATTORE

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